IoE: Cisco, AT&T, GE, IBM e Intel fondano l’Industrial Internet Consortium

Il futuro previsto dall’Internet of Things, o meglio ancora dall’Internet of Everything, spinge ad accelerare taluni processi innovativi. AT&T, Cisco, GE, IBM e Intel hanno annunciato la fondazione dell’ Consortium (), gruppo nato per accelerare il cammino verso “l’integrazione del mondo fisico con quello digitale”. L’obiettivo principale del consorzio, infatti, è quello di  identificare i requisiti per gli standard aperti di interoperabilità e architetture comuni per collegare dispositivi intelligenti, macchine, persone, processi e dati. L’iscrizione è aperta a ogni azienda, organizzazione o entità (sia pubblica che privata) interessata a stimolare lo sviluppo del mercato globale per l’Industrial Internet.

 

Lo statuto della IIC prevede il supporto all’innovazione attraverso una serie di azioni che vanno dalla diffusione e l’adozione degli esistenti casi d’uso in materia, alla condivisione delle migliori pratiche, architetture di riferimento, e requisiti standard per facilitare la diffusione di tecnologie connesse fino alla possibilità di influenzare il processo di sviluppo degli standard globali per i sistemi dell’Industrial Internet. Siamo alla soglia di un importante cambiamento tecnologico che incrocia il mondo fisico e cybernetico, uno snodo epocale che avrà vaste implicazioni che porteranno a notevoli vantaggi, non solo le organizzazione, ma per l’umanità intera“, ha dichiarato Janos Sztipanovits, Professore di Ingegneria e Direttore dell’Istituto di Sistemi Software integrati ( ISIS ) della Vanderbilt University. “Università e industria comprendono la necessità di individuare e stabilire nuove basi, quadri comuni e standard per Internet industriale, e sono alla ricerca della IIC per garantire che questi sforzi si uniscono in un insieme coerente. “

 

Collegando  gli oggetti fisici a tutta la potenza del cyberspazio, l’Industrial Internet promette di ridisegnare radicalmente il modo con cui le persone interagiscono con la tecnologia”, ha detto il segretario del Commercio Usa Penny Pritzker . “L’auspicio della nostra Amministrazione è quello di realizzare collaborazioni pubblico-privato alla stregua del nuovo IIC e di trasformare le opportunità dell’Industrial Internet in nuovi posti di lavoro nel settore manifatturiero smart, sanità , trasporti e altri settori “

 

Come membri fondatori, AT & T, Cisco, GE, IBM e Intel deterranno ciascuna seggi permanenti nel comitato direttivo IIC eletto insieme ad altri quattro membri. Il comitato direttivo fornirà leadership e la governance per aiutare le organizzazioni capitalizzare questa grande opportunità.

 

da TECH Economy  di Stefano Epifani

29/03/2014Permalink

OpenEnergyMonitor

OpenEnergyMonitor is a project to develop open-source energy monitoring tools to help us relate to our use of energy, our energy systems and the challenge of sustainable energy. 

The OpenEnergyMonitor system is an end-to-end open-source energy monitoring system that is Arduino IDE compatible:

The openenergymonitor system is made up of four main parts: emonTx  |  emonGLCD  |  emonBase  |  emoncms. These can be assembled and configured to work for a variety of applications from a home energy monitor to solar PV import/export monitoring and more.

It is also possible to go beyond monitoring to start controlling things: diversion of surplus P.V energy to domestic hot water is an active openenergymonitor research project see Diverting surplus PV Power

25/03/2014Permalink

l kit autoconsumo fotovoltaico, ecco come avere il massimo risparmio

L’energia elettrica in bolletta continua ad aumentare e per ottenere il massimo risparmio è necessario autoprodurre parte dei propri consumi. Come? Un impianto fotovoltaico è una soluzione. Ma non basta avere il fotovoltaico: oggi è necessario utilizzare il fotovoltaico in maniera corretta. Con un kit autoconsumo fotovoltaico è possibile avere la massima convenienza.

Oggi gli impianti non sono più incentivati (anche se godono delle detrazioni fiscali fruibili dalle persone fisiche) e per generare un buon ritorno economico dall’investimento è necessario autoconsumare, perchè l’autoconsumo è il fattore di maggior risparmio dal fotovoltaico. Vediamo perchè.

Per ammortizzare al meglio l’acquisto di un impianto fotovoltaico è necessario arrivare all’autoconsumo massimo per tagliare le bollette e sfruttare “economicamente” la propria energia, evitando il suo acquisto dalla rete. Comprare energia dalla rete, quando si ha un proprio impianto che può metterla a disposizione “gratuitamente”, è infatti un’operazione onerosa e “anti-economica”.

Il problema è far “coincidere” produzione e consumi: produrre di giorno e consumare di sera non è il modo migliore di consumare quando si ha un impianto fotovoltaico. L’impianto, infatti, produce di giorno e per rendere massima la convenienza bisogna, per quanto possibile, spostare i propri consumi nelle ore diurne: nelle fasce di produzione dell’impianto. Questo per utilizzare la propria energia nel momento stesso della produzione e per ridurre i prelievi di rete.

In ambito domestico, in genere, la maggior parte dei consumi avviene la sera o la notte, quando il fotovoltaico non produce. Come rendere massimo l’uso dell’energia autoprodotta? Con un kit autoconsumo fotovoltaico è possibile raccogliere di giorno l’energia in eccesso per renderla diponibile nella fascia serale e notturna. In questo modo anche di sera sarà possibile usufruire della propria energia, senza prelevarla dalla rete.
kit autoconsumo fotovoltaico

Esempio: Kit Autoconsumo EA

Un kit autoconsumo fotovoltaico è la soluzione ideale per conciliare produzione e consumo: per generare il maggior risparmio possibile in bolletta. Ricordiamo che ci sono attualmente due interessanti agevolazioni per questo tipo di prodotti:

per i privati: detrazione fiscale 50% per ristrutturazioni e fotovoltaico (leggi qui per i dettagli)
per le aziende: finanziamento agevolato con la nuova sabatini (leggi qui per i dettagli).

Ecco cosa cambia tra l’utilizzo del classico kit fotovoltaico ed il kit autoconsumo fotovoltaico

Il classico kit fotovoltaico domestico da 3 kw permette l’autoconsumo istantaneo, ma tutta l’energia non immediatamente autoconsumata viene immessa in rete. L’immissione in rete disperde parte del suo valore perchè il Gse (l’ente che ritira e “paga” l’energia ricevuta dagli impianti) remunera l’energia molto meno di quanto viene pagata in bolletta dagli utenti. Per questo motivo conviene molto di più auto-consumare l’energia prodotta, piuttosto che immetterla in rete.

In genere con il classico impianto fotovoltaico residenziale da 3 kw si ha un autoconsumo del 25-35%: solo un terzo della produzione viene sfruttata per far fronte ai propri bisogni. I Rimanenti due terzi vengono “sprecati” cedendoli alla rete che, precisiamolo, “paga” l’energia, ma la paga poco.
Questi sono i dati medi sull’autoconsumo.

Con un kit autoconsumo fotovoltaico da 3 kw si può raggiungere l’80-90% di autoconsumo grazie all’utilizzo di batterie di accumulo dell’energia prodotta e ad una gestione intelligente dei flussi prodotti. Con un kit di autoconsumo l’energia scambiata con la rete viene resa minima, mentre viene reso massimo l’utilizzo dalla corrente autoprodotta, anche in momenti diversi da quelli della produzione.

Con un autoconsumo dell’ 80%, si ha un risparmio in bolletta dell’80%, con un autoconsumo del 100% si ha un risparmio in bolletta del 100%.

L’autoconsumo viene realizzato mediante lo stoccaggio temporaneo, diurno, dell’energia nel momento della produzione, ed il successivo prelievo della stessa in un momento diverso: nella fascia serale e notturna quando, in casa, avviene in genere, la maggior parte dei consumi.

Con un kit autoconsumo si riesce a trattenere dal 70% fino all’80% della produzione fotovoltaica, con lo scopo di ridurre il prelievo serale.

11/03/2014Permalink

Solarlog News 5 marzo 2014

 

Solar-LogTM News
05/03/2014

Gestione dei consumi e ottimizzazione dell’autoconsumo con Solar-Log

In questi tempi si sente parlare molto spesso dell’importanza dell’autoconsumo e delle funzioni legate ad esso. Indubbiamente, con la fine degli incentivi, le attenzioni si sono spostate sui concetti di risparmio energetico, efficienza energetica e ottimizzazione dei consumi. Tuttavia, spesso si trascura un aspetto fondamentale, e cioè che la base per la corretta ottimizzazione dell’autoconsumo energetico è il preciso rilevamento e la visualizzazione di produzione e consumo. I sistemi Solar-Log offrono varie possibilità di rappresentazione del bilancio energetico. Per impianti già in funzione è sufficiente integrare un contatore di produzione aggiuntivo, collegabile via S0 o RS485. Per impianti in costruzione è possibile installare il modello Solar-Log Meter, disponibile per i modelli Solar-Log 300 e 1200. I Solar-Log Meter dispongono di un contatore integrato e consentono il collegamento di 2 x 3 fasi mediante dei TA.


Esempio immagine superiore
: l’impianto in questione presenta una situazione piuttosto particolare. A ore 05:00 vengono attivati i sistemi di riscaldamento che causano un forte incremento dei consumi (colore rosso). Alle ore 07:00, con l’attivazione di altre strumentazioni, i consumi subiscono un’ulteriore aumento, per poi diminuire proprio quando l’impianto (in precedenza coperto da una montagna) inizia a produrre (parte gialla). In casi come questo, per migliorare l’autoconsumo (parte gialla) sarebbe necessario cercare di dilazionare le attività in cui il consumo è particolarmente intenso nella fascia dalle ore 10:30 alle 15:30, quando l’impianto funziona a pieno regime.


Consiglio: grazie al nuovo sistema di fatturazione del portale WEB “Commercial Edition” ora è possibile disattivare automaticamente un impianto con la decorrenza della licenza. Questa funzione è particolarmente indicata per contratti di monitoraggio limitati a un anno.

La disattivazione automatica si imposta seguendo pochi passi:

– Accedere alla sezione dedicata alla fatturazione all’interno del menu “Amministrazione”

– Aprire la voce “dettagli fatturazione” e selezionare l’impianto nel gruppo prescelto

– Nella scheda “dettagli” dell’impianto, in fondo appare la funzione “disdetta”

– Selezionare la prima data di disattivazione possibile


Nella sezione download del sito web Solar-Log sono scaricabili il nuovo portfolio prodotti, il manuale WEB Commercial e la brochure per installatori

Contattaci per ulteriori informazioni o richiedi il preventivo presso il rivenditore Solar-Log della tua zona, la lista completa la puoi trovare cliccando qui:

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Solar-Log™ Italy by PVEnergy srl, Via Termeno 4A, 39040 Ora (BZ), Tel. 0471 631032, www.solar-log.com
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06/03/2014Permalink

Internet delle cose: cresce in Italia il numero degli oggetti connessi

…..da WIRED

Seconda la ricerca del’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano sono Smart Car e Smart Home i settori in crescita, mentre per la Smart City c’è da aspettare ancora un po’

Nel 2013 in Italia sono stati 6 milioni, gli oggetti interconnessi tramite rete cellulare, 20% in più rispetto al 2012, con una crescita sul mercato dell’11%. A conferma che l’Internet delle cose non è solo elettronica di consumo, uno dei settori in maggiore espansione è quello della Smart Car – con oltre 2 milioni di auto connesse e un fatturato in crescita del +35% – e della Smart Home in cui, oltre alla soluzioni tradizionali, si affermano nuove applicazioni dedicate al consumatore finale, dalla gestione domestica alla sfera personale.

oggetticonnessi2013

Questi sono i risultati principali della ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano: la Smart City rimane uno dei principali ambiti di sviluppo dell’Internet of Things, anche se in Italia i progetti riguardano soprattutto applicazioni dai ritorni certi, come illuminazione pubblica e raccolta dei rifiuti.

euro_fatturato

Nello specifico, il 47% del totale degli oggetti interconnessi via rete cellulare in Italia è costituito da autovetture (Smart Car), il 26% da applicazioni di Smart Metering (contatori intelligenti) e Smart Asset Management (gestione da remoto di macchinari) nelle Utility, il 10% da applicazioni di Smart Asset Management in altri contesti come il monitoraggio di gambling machine e ascensori, il 9% di Smart Home, il 5% di Smart Logistics e il 2% di Smart City & Smart Environment.

IoT_Diffusione

Analizzando il fatturato complessivo, si ha più o meno lo stesso ordine. Interessante, invece, il dato secondo cui il 73% del valore di mercato deriva da soluzioni basate interamente su rete cellulare, mentre il restante 27% è legato invece a soluzioni “miste”, che vedono l’impiego di altre tecnologie – come ad esempio Power Line Communication o tecnologie radio, per la raccolta dei dati dal campo.

L’auto connessa

La Smart Car è il settore dell’Internet of Things più dinamico in Italia. Nel 2013 il 95% delle auto connesse hanno utilizzato applicazioni per l’utilizzo di box GPS/GPRS per la localizzazione dei veicoli privati e la registrazione dei parametri di guida a scopo assicurativo.

E in futuro saranno sempre di più i veicoli con SIM cellulare a bordo: si stima che nel 2016 le macchine connesse in Italia rappresenteranno circa il 20%, crescita legata alla sempre maggiore diffusione di veicoli “nativamente connessi”, una funzionalità richiesta dalla normativa eCall, in base a cui da ottobre 2015 tutti i nuovi modelli immessi sul mercato dovranno poter effettuare chiamate automatiche di emergenza.

La casa “intelligente”

L’altro ambito che mostra un grande dinamismo in Italia è la Smart Home, che rappresenta un quinto del fatturato delle soluzioni IoT. Accanto al consolidamento delle soluzioni tradizionali di domotica e automazione industriale basate su tecnologia cellulare, nel 2013 sono nate tante nuove soluzioni rivolte, come dicevamo sopra, direttamente al consumatore dedicate a comfort e sicurezza.

Nei prossimi anni sarà determinante l’impatto della tecnologia Bluetooth Low Energy (BLE) – stessa tecnologia utilizzata per esempio da iBeacon – in grado di facilitare la connessione di oggetti intelligenti di uso quotidiano e dispositivi mobili in ambito domestico. Oggi, infatti, circa l’1% delle abitazioni in Italia è dotato di dispositivi per il telecontrollo del riscaldamento e/o l’antintrusione, ma con l’affermarsi delle tecnologie wireless all’interno dell’abitazione e con la crescente disponibilità di dispositivi BLE si arriverà a più di 3 milioni di oggetti domestici connessi nel 2016 in Italia.

E con l’aumento del numero e della varietà dei dispositivi, sarà sempre più necessario garantire l’interoperabilità tra soluzioni di fornitori diversi, attraverso piattaforme – come il progetto portato avanti Homelab – che unifichino l’esperienza dell’utente, sia in fase di sviluppo e configurazione che nella gestione degli oggetti intelligenti.

Smart City

La Smart City rimane uno dei principali campi di applicazione dell’Internet of Things, anche se in Italia, nonostante tante sperimentazioni, le applicazioni avviate sono ancora circoscritte a poche funzionalità dai ritorni e risparmi certi: come l’illuminazione pubblica intelligente, le applicazioni di raccolta rifiuti per l’identificazione dei cassonetti e il supporto alla tariffazione puntuale.

Internet of Things e startup

L’analisi realizzata evidenzia un grande fermento imprenditoriale nell’Internet of Things sia in USA sia in Europa, poco più di un terzo offrono soluzioni di Smart Home e wearable objects rivolti al consumatore finale che in comune hanno l’utilizzo di app su dispositivi mobili per poter accedere al servizio.

26/02/2014Permalink

Cosa può fare il 5G nelle nostre vite? La visione della Commissione Europea

…… da  redazione TECH  ECONOMY

 

Entro il 2020 ci sarà più di 30 volte il traffico internet mobile del 2010. Ma sarà un traffico diverso rispetto ad oggi, caratterizzato dall’esplosione non più solo di tablet e smartphone ma da miliardi di oggetti connessi a dare vita al cosiddetto Internet of Things, o meglio ancora, Internet of Everything.

 

Un volume immenso di connessioni che avrà bisogno di una “tecnologia più efficiente e onnipresente per trasportare il traffico dati“: il .  Dopo le dichiarazioni di Neelie Kroes a Barcellona in cui il Vice Presidente della Commissione Europea responsabile per l’Agenda Digitale ha sottolineato l’importanza del 5G per la competitività mondiale dell’Europa, la stessa Commissione europea ha diffuso la sua  visone, accompagnata da una infografica che ripercorre l’evoluzione delle comunicazioni mobili dal 1991 al prossimo 2030, su cosa il 5G possa fare per tutti noi.

 

  • eHealth: la telechirurgia  ha fatto notizia nel 2001, quando la prima procedura chirurgica transatlantica a distanza avvenne tra New York City e Strasburgo: comandi innescati negli Stati Uniti sono stati sotto il controllo di dispositivi chirurgici in Francia, con qualche piccolo ritardo. Il 5G renderà questo scenario molto più facile e preciso. La specificità del 5G renderà, ad esempio, il tempo di risposta dei comandi a distanza vicino allo zero e fornirà al professionista con grande comodità e precisione. Sempre più spesso nel prossimo futuro  un paziente che ha bisogno di un intervento urgente o specifico potrebbe essere gestito da un professionista che non è in sala operatoria fisicamente.
  • Domotica: le case futuro saranno piene di dispositivi collegati, sarà l’epoca dell’Internet nelle cose. Non solo verranno fornite informazioni sull’ambiente ma si moltiplicheranno le connessioni tra i device. Un termostato intelligente, ad esempio, potrà ”parlare” a un rilevatore di fumo in modo che le informazioni combinate siano in grado di fornire informazioni più affidabili in caso di incendio. Nel caso in cui nessuno sia presente questa informazione potrà essere usata per allertare i soccorsi. “Le case– spiegano dalla Commissione – sono destinate a diventare enormi fonti di informazioni e dati saranno trasferiti ai dispositivi mobili per il monitoraggio remoto, controllo ed eventuale decisione. Il 5G è in grado di supportare tali scenari domestici collegati e abbatteranno i costi del servizio”.
  • Trasporti sicuri: i veicoli diventano più sicuri grazie all’integrazione delle e saranno presto in grado di comunicare con il mondo esterno, sul modello di quanto è stato già sperimentato in America. Ma per fare questo c’è bisogno di trasmissioni istantanee e di grande portata che non è possibile con le reti attuali.
  • Smart grids: le utility faranno sempre più affidamento sulla comunicazione senza fili per sostenere le loro attività. Spesso in zone rurali o remote  la connettività wireless garantisce un monitoraggio a basso costo e  ancora una volta 5G potrà portare soluzioni in cui i sistemi esistenti non possono.
  • Intrattenimento: con le reti 5G si potranno usare grandi nuove applicazioni anche in luoghi affollati. Si pensi agli stadi, suggeriscono dalla Ue, e alla possibilità di riprodurre e ripetere le fasi interessanti del gioco da diverse angolazioni e con l’alta definizione su cellulari o tablet, grazie al 5G. Oppure, in ambito business, chi ha cercato di connettersi a Internet in una sala conferenze con più di 200 persone ha sperimentato la perdita di connettività a causa dell’instabilità delle reti di accesso WiFi. Grazie a 5G , tali problemi saranno presto parte del passato.
25/02/2014Permalink

La strada per uscire dalla crisi? Fare!

 Massimo Banzi ha creato la scheda Arduino, principale strumento del movimento dei makers. E gli artigiani 2.0 crescono anche in Italia: «Nuova occupazione. Ora, non fra dieci anni»

«I maker rispondono così alla crisi: si impegnano per raggiungere i propri sogni, fanno, creano». Ci eravamo tutti un po’ ingannati, spiega Massimo Banzi. Credevamo che avesse vinto il virtuale, che nel mondo di domani le mani sarebbero servite sempre di meno. Il movimento dei makers, secondo alcuni «la prossima rivoluzione industriale», è lì a dimostrare il contrario. Artigiani 2.0 che hanno rilanciato il concetto di produzione, ma tecnologica e partecipata. A loro, proprio Banzi ha fornito lo strumento di lavoro decisivo: la scheda elettronica Arduino. E negli ultimi tempi, dopo essersi imposto come superstar dell’innovazione negli Stati Untiti, è diventato anche profeta in patria. A ottobre la Maker Faire di Roma ha registrato 35mila visitatori. I FabLab, luoghi di progettazione e creazione condivisa, stanno nascendo un po’ ovunque nello Stivale. E la fondazione Make In Italy, che Banzi ha appena lanciato insieme al giornalista Riccardo Luna e all’imprenditore Carlo De Benedetti, potrà dare ulteriore impulso al movimento: «Si genera nuova occupazione. Ora, non fra dieci anni», dice alla Fonderia dei Talenti.

Un po’ tutti abbiamo sognato di fare gli inventori. Tu come lo sei diventato?

«Sono cresciuto giocando con i circuiti elettronici, ho maneggiato il mio primo saldatore a 12 anni. A Monza, dove sono nato, ho frequentato l’istituto tecnico. Poi mi sono iscritto a Ingegneria, che però ho lasciato per andare a lavorare. Un’esperienza come capo della tecnologia di Seat Ventures, quindi qualche anno come architetto software tra Milano e Londra. Dal 2002 ho iniziato a insegnare all’Interaction Design Institue, la scuola post-laurea che Olivetti e Telecom avevano creato a Ivrea. Ed è proprio lì, tre anni dopo, che è nata Arduino».

Di che cosa si tratta?

«Serviva uno strumento di prototipazione elettronica per gli studenti della scuola, con cui anche persone non esperte di informatica potessero dare corpo ai loro progetti. Così abbiamo creato una piccola scheda elettronica, come quella che si trova in tutti i pc, ma molto economica, 25 dollari, e capace di interagire con il mondo esterno. Con pochissime competenze si può usare Arduino per gestire installazioni artistiche, modellini di aeroplani, e sensori o per connettere gli oggetti alla Rete, rendendoli intelligenti: lampade che si accendono via internet, vasi di fiori che segnalano via sms quando hanno bisogno di acqua, oggetti vintage che possono essere programmati tornando a nuova vita. L’abbiamo chiamata Arduino perché era il nome del bar dove io e gli altri quattro fondatori abbiamo concepito l’idea».

Una democratizzazione della tecnologia?

«L’obiettivo è da subito stato quello di trasformare la tecnologia in uno strumento creativo alla portata di tutti. Prima artisti e i designer, che non conoscevano nulla o quasi di elettronica. Poi qualsiasi aspirante inventore. Anche dopo che abbiamo iniziato a vendere la scheda, il progetto Arduino è rimasto open: chiunque può scaricare gli schemi e utilizzarli sotto licenza Creative Commons. Gli unici elementi protetti sono il nome e il logo».

Oggi le schede Arduino sono centinaia di migliaia, nelle case e nei garage di tutto il mondo. Come è stato possibile?

«La chiave è stata la rete di persone che si è raccolta intorno al progetto. Arduino ha varie anime. Quelle tecniche sono la scheda e il software, anche questo aperto, per programmarla. Ma la parte decisiva sono i valori condivisi da chi la usa. Il desiderio di apprendere facendo, costruendo, scoprendo i processi attraverso la sperimentazione piuttosto che con studi teorici. E la condivisione con la comunità: i maker caricano in Rete i loro progetti, li mettono a disposizione e li discutono con gli altri inventori. La creazione partecipata».

Così Arduino è diventato lo strumento del movimento maker. Si tratta davvero di una rivoluzione industriale?

«Stiamo vivendo una transizione culturale, economica e sociale. Una democratizzazione resa possibile dalla diffusione di internet e dalla condivisione delle conoscenze, che ora si sta trasferendo anche al mondo materiale, degli oggetti. Le stampanti 3D e il crowdfunding allargano la possibilità di creare: il movimento maker porta il do it yourself a un nuovo livello. La possibilità di inventare e prototipare sarà sempre più alla portata di tutti e con strumenti più raffinati si potranno produrre piccole serie di prodotti a prezzi ragionevoli. Certo, continueranno a esistere i colossi industriali. Ma accanto a loro nasceranno migliaia di piccole aziende di nicchia. Arduino rappresenta il cuore tecnologico di molti strumenti utilizzati dai makers, a partire dalle stampanti 3D. Ma soprattutto incarna i valori del movimento».

Che cresce anche in Italia. In fondo, il cuore del made in Italy sono gli oggetti.

«Lo scorso ottobre la Maker Fair di Roma, la prima organizzata in Europa, ha avuto 35mila visitatori. Perché il voler fare è una risposta alla crisi. Il maker cerca di trasformare la propria invenzione in azienda, ma lo fa in forma collaborativa e legata al territorio, non per forza con una logica di profitto. Dopo il primo che abbiamo fondato a Torino, nel 2011, stanno nascendo in tutta Italia dei Fablab, officine di creazione che si riempiono di startup. Ora, non fra dieci anni o sprecando migliaia di euro, come fanno i governi quando investono in innovazione. I makers non chiedono politiche dall’alto, ma uno Stato più efficiente che dia libertà a chi vuole innovare. La Fondazione Make in Italy, che abbiamo lanciato la scorsa settimana con Riccardo Luna e Carlo De Benedetti agirà proprio per rafforzare il movimento nel nostro Paese».

Intel ha iniziato a produrre una scheda, Galileo, compatibile con Arduino, e anch’essa open. La grande multinazionale insegue il piccolo produttore?

«Finalmente una grande società è riuscita a vedere nel mondo dei maker un bacino di potenzialità. L’onda d’urto Intel è grande per noi, abituati a vivere su numero più ristretti. Lavoreremo insieme per realizzare prodotti che mettano a disposizione di creatori e studenti le performance e la scalabilità delle tecnologie Intel. Noi faremo in modo che il loro contributo sia compatibile con lo spirito della comunità. In fondo l’obiettivo è comune: produrre strumenti semplici ed efficaci per sviluppare modi non convenzionali, utili e innovativi di usare la tecnologia».

22/02/2014Permalink

Auto elettriche che forniscono servizi di rete, un mercato in crescita

Mobilità elettrica e smart grid. Nei prossimi 8 anni prevista la vendita di oltre 250mila veicoli elettrici abilitati a fornire servizi di bilanciamento alla rete quando sono in fase di ricarica.

17/02/2014

Auto elettriche che forniscono servizi di rete, un mercato in crescita

Il termine inglese è vehicle-to-grid, in sigla V2G: auto elettriche messe a disposizione della rete come sistemi di accumulo per livellare i picchi e garantire stabilità in un sistema elettrico dominato da fonti non programmabili come sole e vento. La mobilità elettrica da sempre è considerata un ingrediente importante della smart grid, la rete elettrica intelligente necessaria alla transizione energetica. Ora questo scenario sta iniziando a concretizzarsi.

Ssi cominciano infatti a vedere impianti a rinnovabili che usano come accumuli batterie di auto elettriche giunte a fine corsa e soprattutto si preannuncia un mercato in espansione anche per veicoli elettrici predisposti, oltre che per trasportare persone, per fornire servizi di rete quando sono attaccati alla presa: secondo Navigant Research, dal 2013 al 2022 saranno venduti oltre 250mila veicoli di questo tipo, finora usati essenzialmente in progetti pilota, e i ricavi che si avranno fornendo servizi di rete in questo modo passeranno dai 900mila dollari l’anno del 2013 a 190,7 milioni di dollari al 2022.

Partiamo dall’idea più semplice, quella di dare una seconda vita alle batterie delle auto elettriche quando arrivano ad avere prestazioni insufficienti per essere usate sui veicoli. In diversi progetti queste batterie vengono già usate come energy storage al servizio delle rinnovabili non programmabili. La notizia più recente a riguardo è quella del sistema di accumulo realizzato dalla giapponese Sumitomo Corp., in collaborazione con Nissan, al servizio di un parco fotovoltaico da 10 MW vicino ad Osaka, il progetto Osaka Hikari-no Mori: usando 16 batterie a fine vita della Nissan Leaf, si è realizzato un accumulo con potenza 0,6 MW e capacità 0,4 MWh. Facile capire come, in un futuro prossimo in cui la quantità di batterie di auto elettriche giunte alla fine della loro prima vita aumenterà in maniera esponenziale, il loro riutilizzo come batterie stanziali, magari anche nel residenziale, potrebbe avere un grande potenziale nel far scendere il costo dei sistemi di accumulo.

Altro mercato interessante, come anticipavamo, quello del vehicle-to-grid vero e proprio, cioè dei mezzi elettrici predisposti per funzionare come buffer energetico per la rete quando sono in ricarica. Questi veicoli possono fornire servizi di rete, cioè bilanciamento, cambiando la velocità a cui si ricaricano in base alle esigenze del sistema elettrico o addirittura reimmettendo energia in rete in caso di picchi di domanda.

Progetti pilota in questo senso sono in corso da diversi anni (già nel 2009 avevamo parlato di quel che si sta facendo sull’isola danese di Bornholm), ora – riporta Navigant Research – diversi modelli di business che fanno V2G si sono affermati e nella seconda metà del decennio saranno anche i singoli a mettere la loro auto a disposizione della rete. Il mercato, in questo momento assolutamente marginale, è destinato a crescere costantemente: come detto, si prevede che si vendano nei prossimi 8 anni oltre 250mila veicoli abilitati al V2G.

A spingere sono grandi corporation e progetti pubblici: ad esempio il dipartimento per la Difesa Usa ha di recente annunciato un investimento da 20 milioni di dollari per installare entro fine anno 500 veicoli predisposti al V2G, da dislocare presso varie basi in diversi mercati elettrici degli States.

Ovviamente gli ostacoli da superare affinché la diffusione del vehicle-to-grid diventi capillare sono molti. Innanzitutto le regole dei diversi mercati elettrici, che spesso, come accade in Italia, sono piuttosto restrittive nel definire i soggetti abilitati a fornire servizi di bilanciamento. Navigant si aspetta comunque che mercati elettrici con un crescente contributo di fonti non programmabili, come eolico e fotovoltaico, prevedano una forte penetrazione dei veicoli elettrici (vedi Cina) e adottino regole che agevolino il V2G al fine di rendere più efficiente il sistema elettrico.

(Articolo a cura di Qualenergia.it)

19/02/2014Permalink

Social Internet of Everything: una cultura per il futuro connesso che ci attende

 

I social network ci hanno abituato sempre di più a percepirci in uno stato di connessione continua tra noi, a prescindere dai vincoli spaziali. In particolare basta pensare alla crescita d’uso in mobilità di tecnologie che mettono in relazione in modo crescente gli ambienti sociali e il loro rapporto con i dati immateriali. Così, usando una app, siamo in grado di farci consigliare un ristorante che sia stato valutato positivamente da una collettività di utenti nella zona in cui siamo.

 

Ma se per ora il confine comunicativo era tracciato rispetto a contenuti (tendenzialmente) rilasciati volontariamente da azioni dell’utente (fare un commento, mettere un like, decidere di geolocalizzarci in un luogo) il futuro espanderà la relazione fra corpi ed informazioni in modi più complessi che coinvolgeranno le cose e i processi all’interno dei contesti. Modi che dovremo affrontare all’interno delle nostre culture di connessione.

 

Cose connesse alle cose: un framework comune

 

socialLo scenario che ci si prospetta è fatto di 50 miliardi di oggetti che entro il 2020 saranno connessi a Internet. Se siete curiosi di sapere a che punto siamo oggi potete consultare il Connections Counter che in tempo reale vi fornisce il dato stimato. Oggetti che sono sì smartphone e tablet, ma anche parchimetri e strade, scaffali dei supermercati e bestiame – la start up olandese Sparked ha impiantato sensori nell’orecchio di una mucca in grado di inviare i parametri vitali e i movimenti del capo di bestiame via wi-fi.

 

Si tratta di un primo passaggio culturale, quello all’Internet of Things, che vede l’interconnessione di dispositivi intelligenti capaci di comunicare dati in tempo reale in modo da modificare i processi: il sensore su uno scaffale comunica che i pomodori pelati di quella marca sono finiti, quello sulla mucca che il momento del parto probabilmente si avvicina. E’ un primo salto, quello di abituarsi a tenere sotto controllo vecchie variabili in modo nuovo, fare diventare l’interazione con l’intelligenza negli oggetti parte della routine quotidiana.

 

Ci troviamo di fronte qui ad un primo salto che il nuovo paradigma ci richiede: quello di pensare la connessione tra cose come una realtà di riferimento. La sfida non sta tanto nel circondarci di oggetti intelligenti ma che questi sappiano relazionarsi tra loro e per fare questo abbiamo necessità di immaginare e realizzare un framework comune. E’ questa una prima prospettiva dell’Internet of Everything (). Dalla competizione tra imprese produttrici di dispositivi dovremo passare alla collaborazione. La macchina del caffè di una marca dovrà poter comunicare con il nostro orologio da polso di un’altra marca: come consumatori vogliamo che i nostri gadget siano sufficientemente intelligenti da parlarsi tra loro. Ad esempio l’esperienza nascente del consorzio AllSeen Alliance tra brand diversi sembra andare in questa direzione.

 

 “Se sono su Facebook, perché la mia auto non è un mio friend?”

 

Questa battuta di Marc Benioff, CEO di salesforce.com, descrive bene tutto il potere di trasformazione che l’Internet di ogni cosa possiede. Il vero salto culturale lo abbiamo se cominciamo a pensare a come questi oggetti si combinano non solo tra loro ma, in prospettiva più allargata, a reti sociali di persone e ai processi sociali, cioè secondo una cultura di Social Internet of Everythings ().

 

Quindi: fare entrare nella rete delle nostre relazioni sociali connesse una serie di oggetti con cui abbiamo rapporti quotidiani e metterci in relazione attraverso loro. In questo senso la nostra auto o la lavatrice o il nostro cane (i dati che rilasciano e li caratterizzano) come friend tra i friend (altre persone ma anche i loro oggetti), assieme, all’interno dei sei gradi di separazione e come parte di una comunità più estesa.

 

Creare una sensibilità per un social network di persone e cose passa anche dall’idea di mettere in connessione la comunità “dal basso” dell’IoE, così da dare corpo alla realtà grassroot di sviluppatori, utenti finali e makers e, naturalmente, gli oggetti. Come nel progetto theThings.IO, che è, da una parte, un social network dell’IoE che consente agli utenti di aggregare, interagire e riprogrammare i dispositivi connessi, cercando di strutturare un’esperienza coerente della propria rete di oggetti e, dall’altra, uno strutturatore di community IoE.

 

Una rete sociale di oggetti e corpi

 

monitoringUn’ulteriore evoluzione avrà a che fare con l’influenza di una rete di persone e cose connesse sui comportamenti sociali.
Tutti i dispositivi del quantified self e computer sempre più wereable da diventare impercepibili nell’uso (anche se spesso visibili) – pensate alle potenzialità, per ora inespresse, dei Google Glass – metteranno in relazione mole di dati comportamentali e dei vissuti: medie dei nostri battiti cardiaci, nei corridoi dell’ufficio e sotto sforzo durante una corsa, e quantità e tipologia di caffè bevuti, con alert automatici alla rete di friend aziendali che alla macchinetta distributrice del piano domotico ci diranno “ancora un caffè? É il quinto oggi e ieri sera hai faticato a dormire per la tachicardia…”. Esempio risibile, ma pensiamolo esteso ai diversi ambiti della vita quotidiana nei quali rilasciamo e rilasceremo sempre più dati che verranno riorganizzati all’interno di un database relazionale con altri dati delle nostre reti sociali di uomini/oggetti. Dispositivi e oggetti, corpi e reti sociali, saranno sempre più interconnessi attraverso un design dell’esistenza come flussi continui di dati da mettere in relazione.

 

Ripensare il senso dei (Big) dati

 

Per tale motivo la sfida della gestione di Big Data diventerà sempre di più il metro su cui misureremo la nostra capacità di costruire il futuro dell’IoE. Nel bene e nel male. Perché occorrerà dare senso alla relazione del flusso di dati tra oggetti e soggetti in modo da sviluppare dinamiche di analisi e risposte in tempo reale.

 

Le aziende dovranno ripensare il modo in cui raccogliere e analizzare le informazioni. E non solo i decisori avranno bisogno di imparare ed adattarsi a una nuova forma di data intelligence, ma la quantità e il tipo di informazioni prodotte introdurrà nuovi ruoli e richiederà nuove competenze per gli analisti, per chi si occupa di strategia e anche per servizio clienti.

 

Ma più in generale, come società, ci troveremo a ripensare i problemi all’interno della cultura della SIoE. L’inquinamento, ad esempio, come problema di messa in relazione fra comportamenti relativi allo spostamento collettivo nella città e di come riscaldiamo gli ambienti in cui viviamo (per semplificare) attraverso l’acquisizione in tempo reale di dati da ambienti domotici, sensori di rilevazione stradale, segnali elettrici di tigli e platani lungo il percorso, auto intelligenti, agende personali che indicano gli appuntamenti nella città, ecc. Tutto questo non solo al fine di monitorare i tassi di inquinamento ma per poter agire sui comportamenti sociali mettendo in gioco le reti tra persone, ad esempio quelle che abitano in uno stesso palazzo o che fanno in auto lo stesso percorso mattutino senza conoscersi e che potrebbero condividere il passaggio. In un mix tra bisogni dell’individuo e bisogni della società, in un equilibrio problematico tra deriva orwelliana e condivisione partecipata. Un ufficio o un condominio intelligente e i corrispondenti processi di lavoro o della vita quotidiana si scontrano con il livello di trasparenza del flusso di dati persone/cose: quanto l’automatizzazione dei processi e la pressione sociale sui processi si scontreranno fra loro? Sarà la lavatrice intelligente ad attivarsi nei momenti di maggior risparmio energetico o sarà la pressione sociale dei “vicini di dato” ad orientare i nostri comportamenti?

 

Prendersi cura del dato

 

big_dataDiventerà quindi discriminante curarci sempre più di come i nostri dati (del corpo e dei nostri oggetti ed ambienti quotidiani) si lasciano trattare come informazioni e di come verranno messi in relazione, per non tacere dei rischi corrispondenti.

 

Da una parte, quindi, dovremo far crescere la cultura della privacy in una realtà connessa dove trasparenza e visibilità rappresentano un valore. Occorrerà sviluppare maggiore consapevolezza degli utenti connessi e delle possibilità di gestione circa: il diritto a controllare quanto su di sé viene comunicato, il diritto all’inviolabilità personale e il diritto di definire e gestire divulgazione ed occultamento delle informazioni personali, decidendo cosa condividere e quando.

 

Dall’altra dovremo essere consapevoli di come nello stato di interconnessione ogni nodo rappresenta un potenziale vettore di attacco per l’intero sistema: nell’IoE hackerare i dati non avrà solo a che fare con una manipolazione e distruzione di informazioni ma con una manipolazione e distruzione fisica del mondo. Di qui nuove sfide, come ad esempio quella per i produttori di operare attraverso principi di security by design che garantiscano un adattamento online alle minacce da parte dei dispositivi connessi

 

La prospettiva della social IoE ci pone di fronte alla prospettiva di un mutamento di paradigma che non è solo di tipo tecnologico ma che richiede di essere supportato da una cultura adatta: una cultura della connessione che sappia dare risposte in termini di cultura del dato, degli oggetti intelligenti e della sicurezza. L’Internet di ogni cosa è, quindi, prima di tutto, una narrazione sociale da cominciare ad immaginare, per governare il cambiamento consapevomente.

 

 

Giovanni Boccia Artieri

 

 

 

 

Professore ordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino Carlo Bo dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali e dirige il corso di laurea in Informazione, media, pubblicità e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo.
Si occupa delle culture della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione a come i social media cambiano il nostro modo di essere pubblici, cittadini e consumatori.

 

 

21/01/2014Permalink

WunderBar Is An Internet Of Things Starter Kit For App Developers

European startup relayr, founded in January last year and currently based at the StartupBootcamp accelerator, has kicked off a crowdfunding campaign for a hardware kit for developers aimed at making it easier for them to experiment with building apps for the long-promised Internet of Things.

 

Apps that can notify you when someone opens the office beer fridge, for example, or share temperature data as part of a global network of sensors.

 

Relayr’s answer to simplifying the marriage of software apps and discrete hardware sensors that can be located in all sorts of places is a chocolate box of sensors that developers can wirelessly tap into, and integrate into software developed for the Android, iOS or Node.js platforms.

 

It’s calling this kit the WunderBar — the configuration of which has in fact been designed to look like a bar of chocolate, with seven snap-off-able pieces, and (at certain pledge levels) chunky 3D casings for each to make it easier to stick individual sensor modules where you want them.

 

The aim of the WunderBar is to keep things simple by getting rid of the need for app developers to connect sensors via wires. Relayr is also providing libraries, tutorials and examples to help developers start building apps that make use of the data generated by the sensor hardware.

 

The idea is to free software developers to quickly and easily play around with bits of hardware, allowing them to snap off a section of the WunderBar to use its particular sensors in a location where they want to gather data; no soldering mess, no fuss.

 

“On the hardware level there are a lot of maker-oriented projects out there, but our research shows that app developers struggle when asked to ‘think hardware’,” says relayr co-founder Jackson Bond. “Our Starter kit requires no hardware knowledge to get started — making a really easy-in for the 4 gazillion app developers out there.”

 

Bluetooth Low Energy and wi-fi are used to transfer and upload data from the sensor modules, and there are SDKs and an API to make it easier for developers to plug into the WunderBar hardware. Individual sensor modules contain LEDs, buttons and their own battery.

 

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The bar’s six “smart modules” currently include sensors to monitor temperature, proximity, light, colour, humidity, and movement. A fourth sensor lets you control a home entertainment system with an infra-red transmitter. The sensors the last two modules will contain will be determined during the crowdfunding campaign by a vote.

 

As well as the sensor modules, the WunderBar kit includes a main module with an ARM microprocessor and a Wi-Fi chip, and which talks to the sensor modules via Bluetooth, allowing their data to be relayed from local environmental placement back to relayr’s cloud platform where developers can start playing around with it.

 

The WunderBar isn’t the first hardware sensor starter kit I’ve seen — for instance, there’s the BITalino bio-sensor kit (also from Europe). That kit is aimed at supporting development of medical devices and health tracker apps. But the WunderBar has a less specialist hardware feel, with an eye on helping app developers generally start thinking about how to extend the capabilities and reach of their software with the help of a little extra sensor hardware.

 

“The aim of the WunderBar is for play, experimentation and rapid prototyping,” says Bond. “The WunderBar is not just a bootstrapping product for that, but pretty much embodies how we feel the IoT will grow: by giving developer entrepreneurs access to the right tools to make it easy for them to build the products that we as consumers will want to own.

 

“We are planning to Open Source the PCB layouts and the Firmware, making it easy for hardware developers to take our designs and incorporate them into new products or enhance existing ones. We want  to create a fertile ground for app and hardware developers.”

 

“The hardware startups of today are just a start, given the right tools, bringing products to the IoT market will become comparable to getting an app in the App Store today,” he adds.

 

The WunderBar was priced at $119 for early backers on Dragon Innovation – but the handful of kits at that price have already been snapped up so it’s now $149 or more. The estimated shipping date is May.

 

Relayr has raised 250,000 euro in a friend and family round of funding to date, and is in the process of closing a further 500,000 euro from undisclosed tech investors. It was also pitching for Series A funding in front of 400 investors today, as part of the StartupBootcamp DemoDay.

21/01/2014Permalink